Home Economia Bad bank in italia, primo caso per il salvataggio di 4 banche

Bad bank in italia, primo caso per il salvataggio di 4 banche

483
2
SHARE

È stato approvato domenica notte, in fretta e furia, un decreto legge, che entra in vigore in data odierna, 23.11.2015, in stretta collaborazione tra Governo e la Banca d’Italia, per il salvataggio di 4 banche in amministrazione straordinaria (Banca Marche, Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, Cassa di Risparmio di Ferrara, CariChieti), aventi nel complesso una quota del mercato nazionale dell’1 per cento circa in termini di depositi. Si può parlare così, di prima bad bank in Italia.

La soluzione adottata, secondo la Banca d’Italia, assicura la continuità operativa delle banche e il loro risanamento, tutelando pienamente i risparmi di famiglie e imprese detenuti nella forma di depositi, conti correnti e obbligazioni ordinarie; preserva tutti i rapporti di lavoro in essere; non utilizza denaro pubblico. Sulla certezza manifestata circa la piena tutela di risparmi e famiglie c’è parecchio da discutere, considerando quanto spesso, in banche di siffatta specie, i risparmi di clienti e piccole imprese siano costituiti da azioni o obbligazioni (subordinate) emesse dalle ridette Banche. Sostenere, pertanto, che i risparmi delle famiglie saranno “tutelati pienamente” è quantomeno imprudente.

Le perdite accumulate nel tempo da queste banche, dunque, sono state assorbite in prima battuta dagli strumenti di investimento più rischiosi: le azioni e le “obbligazioni subordinate”, così come previsto dalla “Direttiva europea sulla risoluzione delle crisi bancarie” – BRRD, recepita nell’ordinamento italiano lo scorso 16 novembre con il Decreto Legislativo 180/2015. In sostanza, nelle quattro Banche interessate sono state separate le attività non in sofferenza, da quelle a sofferenza; gli istituti che gestiranno la continuità operativa, denominati banche-ponte, assumono la stessa denominazione della precedente Banca, con l’aggettivo “nuova” davanti, con capitale ricostituito a circa il 9 per cento del totale dell’attivo (ponderato per il rischio) dal “Fondo di Risoluzione”. Questi ultimi soggetti giuridici, dunque, verranno gestiti da amministratori appositamente designati; in tutti e quattro i casi la carica di Presidente è rivestita dal dott. Roberto Nicastro, ex Direttore Generale di Unicredit. Gli amministratori hanno il preciso impegno di vendere la banca buona in tempi brevi al miglior offerente, con procedure trasparenti e di mercato, e quindi retrocedere al Fondo di Risoluzione i ricavi della vendita.

È, inoltre, stata costituita la oramai famosa “bad bank”, priva di licenza bancaria, in cui sono stati concentrati i prestiti in sofferenza che residuano una volta fatte assorbire le perdite dalle azioni e dalle obbligazioni subordinate e, per la parte eccedente, da un apporto del Fondo di Risoluzione. Quest’ultimo fornisce alla banca cattiva anche la necessaria dotazione di capitale. È da sottolineare che tali prestiti in sofferenza sono svalutati a 1,5 miliardi dall’originario valore di 8,5 miliardi e saranno venduti a specialisti nel recupero crediti o gestiti direttamente per recuperarli al meglio.

Orbene, chi saranno gli specialisti a cui verrà affidato il recupero crediti non è dato sapere, pur avendo qualche sospetto in merito, anche in considerazione di quanto affermato successivamente da Banca d’Italia, ovvero che la liquidità necessaria al Fondo di Risoluzione per iniziare immediatamente a operare è stata anticipata da tre grandi banche (Banca Intesa Sanpaolo, Unicredit e UBI Banca), a tassi di mercato e con scadenza massima di 18 mesi (seppure, come sostenuto, le linee di credito a breve verranno estinte entro la fine dell’anno). Il resto dell’onere, invece, sarà a carico del complesso del sistema bancario italiano che alimenta con i suoi contributi, ordinari e straordinari, il Fondo di Risoluzione.

Gli amministratori delle “nuove” banche, inoltre, hanno il preciso impegno di vendere la banca buona in tempi brevi al miglior offerente, con procedure trasparenti e di mercato, e quindi retrocedere al Fondo di Risoluzione i ricavi della vendita. La bad bank, invece, resterà in vita solo per il tempo necessario a vendere o a realizzare le sofferenze in essa inserite. Secondo Banca d’Italia, questa soluzione è compatibile con le norme sugli aiuti di Stato che è emersa dopo che altre proposte erano state ritenute non compatibili durante le discussioni con la Commissione europea (vedi precedente articolo su bad bank qui)

Di quanto detto non sono chiari alcuni punti, tra cui, in primo luogo, chi e quanto ci guadagnerà dalla gestione dei crediti in sofferenza, quanto ci guadagneranno le “grandi banche” dal prestito a tassi di mercato, perché è stato licenziato tutto in 15 minuti una domenica notte quando negli ultimi anni nessuno ha mosso un dito e, circostanza ancora più complessa ma passata in sordina, quanto inciderà l’imposizione per le Banche aderenti al fondo di anticipare non solo i 500 milioni di contributi per il fondo di risoluzione previsti per il 2015, ma anche tre annualità straordinarie, per un totale di 2 miliardi, oneri da computare a bilancio 2015.
Se e quanto tali questioni “secondarie” andranno ad incidere in negativo sul rapporto banca-clientela, circostanza esclusa da Banca d’Italia, sarà solo il futuro a dircelo.