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Bad bank: l’Europa che non ci vuole salvare

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Aiuti di stato: questa locuzione nel tempo è diventata una sorta bestemmia ed oggi è praticamente alla stregua di una condotta illegale contraria ai principi fondamentali del libero mercato su cui si regge l’Unione europea.
Peccato che, con riferimento al comparto bancario, dallo scoppio della crisi alla fine del 2013 gli aiuti ai sistemi finanziari nazionali avevano accresciuto il debito pubblico di quasi 250 miliardi di euro in Germania, quasi 60 in Spagna, 50 in Irlanda e nei Paesi Bassi, poco più di 40 in Grecia, sui 19 in Belgio e Austria e quasi 18 in Portogallo (fonte dati: Eurostat). In Italia, invece, il sostegno pubblico è stato di circa 4 miliardi (MPS), tutti ormai restituiti.

Va anche detto, per tracciare un quadro completo del contesto, che l’Italia partiva da un rapporto debito/pil molto più pesante di tanti altri stati e che le turbolenze politiche dell’epoca non hanno facilitato l’assunzione di decisioni strategiche, ma impopolari, da parte di governi deboli. L’astio verso le banche aveva raggiunto l’apice nel periodo 2008-2012, l’opinione pubblica sembrava poter insorgere se solo un euro fosse finito nei forzieri degli istituti di credito piuttosto che a sostegno delle famiglie e delle imprese asfissiate dalle tasse. Anche i banchieri ci hanno messo del loro con retribuzioni stratosferiche per i top manager (paghe spesso non commisurate alle performance di lungo periodo) e governance autoreferenziale.

Come sempre, però, i nodi sono venuti al pettine: la ripresa economica c’è ma è debole e non potrà accelerare senza una ripresa significativa del credito in un sistema banco-centrico, poco aperto al mercato dei capitali.
L’Italia ha quindi individuato nella bad bank la possibile soluzione a tale problema. Le intenzioni del Governo sono infatti quelle di costituire un veicolo societario (detto, appunto, bad bank), con fondi statali, in cui far confluire una buona parte dei crediti deteriorati delle banche (formula più volte utilizzata a partire dagli anni 90, il Banco di Napoli fu il primo a beneficiarne). Sottraendo dai bilanci degli istituti parte del peso delle “sofferenze” (pari a quasi 200 miliardi di euro) e delle “inadempienze probabili” si libereranno risorse per nuovo credito a sostegno delle economie, garantendo i requisiti patrimoniali previsti dagli accordi di Basilea 3.

Il braccio di ferro di Renzi-Padoan con Margrethe Vestager, la danese commissario UE alla concorrenza, verte sul “prezzo” a cui queste attività deteriorate andranno cedute. La partita si gioca su algoritmi excel che dovrebbero garantire il fatto che tali transazioni siano effettuate per un controvalore “equo”, anche se non “di mercato” (in Italia, tra l’altro, il mercato dei crediti deteriorati è molto poco sviluppato). Il risultato è ancora incerto ma l’esecutivo appare determinato a concludere l’operazione prima del 2016, quando l’entrata in vigore del bail-in (di cui abbiamo già parlato) potrebbe complicare ulteriormente il quadro normativo di riferimento.

A cura di
Sergio Giommetti