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Brexit Sensitivity Index: l’Italia tra i paesi meno vulnerabili al Brexit

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L’agenzia di rating Standard & Poor’s elabora il Brexit Sensitivity Index, l’indice che misura la “sensibilità” economico-finanziaria di alcuni stati all’ipotesi di fuoriuscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. A meno di due settimane dal referendum nel quale gli inglesi si esprimeranno sulla loro permanenza o meno in Europa in uno studio intitolato “chi ha più da perdere dalla Brexit?” stila la classifica dei 20 paesi che più ne subirebbero il contraccolpo.

In un contesto di forti inquietudini nei mercati azionari e nelle cancellerie del Vecchio Continente la pubblicazione del Brexit Sensitivity Index spariglia alcuni luoghi comuni sulla vulnerabilità dei singoli stati europei rispetto alla dipartita della Gran Bretagna. L’idea che a soffrirne di più saranno i paesi “periferici” con più alto debito pubblico e che godono di massicci interventi da parte della BCE, secondo S&P, va rivista alla luce di alcuni parametri che analizzano il rapporto diretto delle economie dei singoli stati con quella britannica.

I fattori presi in considerazione sono: l’esportazione di beni e servizi verso il Regno Unito in relazione al Pil nazionale; i flussi bidirezionali di emigrazione; i crediti del settore finanziario su controparti britanniche; gli investimenti stranieri diretti in Gran Bretagna. In buona sostanza si tratta di parametri che analizzano ciò che realmente conta: le possibili ricadute sull’economia reale dei singoli stati.

Fonte Sole 24 ore
Fonte Sole 24 ore

Tra i 20 paesi più esposti al rischio solo due non appartengono all’Unione Europea , Svizzera e Canada, e solo quest’ultimo è un paese non europeo. Considerata la soglia di rischio massimo pari a 4 non sorprende che con il suo 3,4 la Repubblica D’Irlanda figuri come il paese più vulnerabile. La vicinanza geografica, lo scambio di flussi migratori (ben 17,2%) e l’interscambio massiccio di export e investimenti pone Dublino ben al di sopra della media dei 20 paesi considerati che è pari allo 0,8.

Seguono con soglie di rischio piuttosto elevate (tra il 2,9 e l’1,9) i piccoli Paesi a “fiscalità agevolata” come Malta, Lussemburgo, Cipro e la Svizzera, che con la Gran Bretagna hanno stretti rapporti finanziari. Cipro e Malta, inoltre, hanno una quantità di popolazione espatriata verso il Regno Unito seconda solo a quella dell’Irlanda, fattore che contribuisce a rendere le sorti dei due Paesi ancora più legate al referendum.

Subito dopo, con un indice di rischio tra l’1,4 e l’1,5, troviamo i primi due paesi continentali con estensione territoriale apprezzabile: Belgio e Olanda. Entrambi accomunati da un legame molto accentuato con il Regno Unito in termini di export di beni e servizi e di investimenti. Il loro grado di rischio è circa il doppio della media europea ed è immediatamente seguito da quello della Spagna che in 8ª posizione è il primo dei paesi “periferici” a comparire nella classifica scontando una larga esposizione finanziaria nei confronti del Regno Unito, specie attraverso le sue grandi sussidiarie bancarie retail e le telecomunicazioni.

Seguiti solo dall’Austria, una volta tanto a cuor leggero, in fondo alla classifica ci siamo noi. L’Italia infatti ha legami economico-finanziari piuttosto blandi con il Regno Unito. Le nostre esportazioni sono pari all’1,6% del Pil mentre la nostra esposizione sui diritti finanziari si aggira attorno al 13%, sempre rispetto al Pil. I nostri investimenti diretti sono di appena lo 0.6% e contiamo con un risibile 0,5% per quanto riguarda le migrazioni (in un senso e nell’altro) rispetto alla popolazione. Il nostro indice di rischio è calcolato attorno allo 0.3 meno della metà di Francia e Germania.

Certo il Brexit Sensitivity Index non tiene conto di eventuali tempeste finanziarie e/o di crisi politiche ma con un po’ di fortuna nel caso la Gran Bretagna saluti l’Europa in questa speciale classifica al rovescio dovremmo restare saldamente in “zona retrocessione”.