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Credit Suisse: indagata per 14 miliardi evasi da 13 mila clienti italiani

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Tremano molti clienti italiani della Credit Suisse. Sarebbero infatti circa 13 mila i clienti con residenza italiana che avrebbero fatto uscire dall’Italia circa 14 miliardi di euro commettendo una maxi frode fiscale ai danni dello stato.

L’indagine condotta da oltre un anno dai pm Gaetano Ruta e Antonio Pastore con l’ausilio del Nucleo di Polizia tributaria della Guardia di Finanza ha portato l’iscrizione dell’istituto di credito svizzero sul registro degli indagati per i reati di frode fiscale, ostacolo all’attività di vigilanza e riciclaggio a carico di funzionari della banca, consulenti e per adesso “solo” centinaia di clienti italiani.

Come riportato dall’agenzia Reuter, la notizia è stata riferita da fonti giudiziarie con la precisazione che la suddetta iscrizione è avvenuta secondo il D.Lgs 231 del 2001 relativa alla responsabilità dell’azienda Credit Suisse, per i reati commessi dai loro dirigenti.

Secondo l’indagine i 13 mila clienti avrebbero trasferito all’estero, frodando lo stato italiano, l’importante somma di oltre 14 miliardi di euro attraverso la stipula di polizze assicurative di succursali di società del gruppo. Le stesse fonti giudiziarie precisano come non è scontato che tutti i 13 mila clienti italiani di Credit Suisse finiranno sotto inchiesta penale e per questo motivo la Guardia di Finanza sta approfondendo i controlli per verificare e stralciare chi ha già dichiarato al fisco questi depositi attraverso gli scudi fiscali o con la voluntary disclosure, così come non tutti i 14 miliardi di euro risulteranno frutto di evasione.

Sempre secondo quanto riportato da Reuter, dopo le perquisizioni del 2014, fra gli atti a disposizione del pool di magistrati c’è un documento ideato dalla banca per i propri dipendenti, una specie di prontuario in formato informatico per i funzionari italiani dell’istituto di credi svizzero. Nel documento sono presenti indicazioni riguardanti il viaggio per incontrare i clienti con avvertimenti sul non portare documenti, computer e telefonini aziendali e, se fermati dalle autorità, giustificare il motivo del viaggio come “turistico” senza quindi dichiarare il proprio datore di lavoro.

Credit Suisse ha affidato ad un portavoce da Zurigo le sue dichiarazioni affermando che, come riportato da Reuter le “attività con clienti privati sono sistematicamente concentrate su patrimoni dichiarati” e che il gruppo ha “chiare regole interne e processi per assicurare che si conduca il lavoro in accordo alle leggi in vigore in Italia. In relazione alla ‘voluntary disclosure’ approvata dal governo italiano nel 2014, Credit Suisse ha immediatamente chiesto ai propri clienti di fornire prove per dimostrare di essere in regola dal punto di vista fiscale. Questo processo è stato virtualmente concluso“.