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Crisi delle banche e l’atavica ignoranza finanziaria degli italiani

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Delle 4 banche e del rischio bail-in ne avevamo già parlato a settembre, in tempi non sospetti. La situazione dei 4 istituti sottoposti poi ad un primo esercizio parziale di “risoluzione” era già abbastanza nota. Eppure prima che il crack di azioni e obbligazioni subordinate divenisse ufficiale nessuno si era particolarmente allarmato, ad esclusione (forse) di alcuni azionisti che non vedevano eseguiti i loro ordini di vendita.

La domanda da farsi è perché ciò sia potuto accadere?
Le risposte, semplici ed in ordine di decrescente rilevanza sono le seguenti:
1) le banche hanno operato in maniera scorretta e non conformemente alla normativa (normativa non sempre efficace, soprattutto per i profili di trasparenza), hanno piazzato azioni e obbligazioni alle fasce più deboli dell’insieme dei risparmiatori sotto la pressione del management (a sua volta sottoposto alla moral suasion di Banca d’Italia) per raggiungere gli obiettivi di budget e collocamento;

2) i risparmiatori hanno conferito i propri soldi assolutamente ignorando che tipologia di prodotti stavano sottoscrivendo, essi confidavano unicamente nei consigli degli operatori ed erano allettati (per le obbligazioni subordinate) dagli ottimi rendimenti offerti;

3) il risparmiatore italiano ha sempre creduto (consciamente o inconsciamente) che in Italia le banche non potessero fallire a prescindere dalle norme nazionali (spesso poco conosciute) ed europee (in larga parte assolutamente sconosciute).
Sulla scorrettezza dei comportamenti, sui conflitti di interesse, sulla parziale efficacia dell’azione di vigilanza, etc. si è già detto molto, poco o nulla è stato detto invece sulla cultura finanziaria di un Paese in cui la “banca” è nata come concetto ed attività imprenditoriale.

Parlando con tanta gente in possesso di un livello di istruzione medio-alto ho da sempre riscontrato che è davvero difficile trovare un laureato in ingegneria o in giurisprudenza o in lettere (ma purtroppo la cosa accade anche con qualche laureato in economia) che arrivasse a distinguere una obbligazione da una azione. Di contro, le stesse persone, vorrebbero investire i soldi risparmiati ottenendo cospicui rendimenti ma senza rischiare nulla. Anche il banale concetto di relazione inversa fra rischio e rendimento, quindi, rappresenta spesso un qualcosa di indecifrabile e astratto per il risparmiatore a cui basta fidarsi del consiglio del proprio promotore o consulente.

Gli elementi base della finanza non si insegnano adeguatamente né a scuola né all’università, lo sappiamo, e praticamente nessuno cerca di apprendere da sé le nozioni utili a veicolare le proprie scelte di investimento. Tale studio si ritiene troppo difficile ed inutile, nonostante sia assolutamente necessario per capire che qualità di prodotti si sta comprando. Sarebbe un po’ come andare in una concessionaria e comprare una macchina (nuova o usata) senza una preventiva, almeno minima, analisi di mercato, o comprare una casa senza aver verificato il prezzo al metro quadro del quartiere e lo stato di conservazione dell’immobile con un sopralluogo. Pochissimi si fiderebbero esclusivamente dei consigli del venditore della concessionaria o dell’agente immobiliare per procedere all’acquisto di una casa o di una macchina; tantissimi invece si fidano (anche ciecamente a volte) dei consigli dei promotori finanziari, dei consulenti o degli operatori di sportello per l’acquisto di azioni od obbligazioni, nella pia illusione che il suggerimento ricevuto sia nel proprio esclusivo interesse e svincolato da qualsiasi tipologia di conflitto di interessi.

Al fine di evitare il ripetersi di eventi del genere, lo sradicamento di queste convinzioni e l’innalzamento del livello culturale in materia finanziaria, quindi, dovrebbero essere obiettivi da perseguire con la stessa tenacia con cui si dichiara di voler punire i colpevoli di questi crack bancari.