Home Finanza e Mercati Le liquidazioni d’oro dei manager sbagliati

Le liquidazioni d’oro dei manager sbagliati

151
0
SHARE

L’ex amministratore delegato di Volkswagen, Martin Winterkorn, dopo essersi dimesso sulla scia dello scandalo delle emissioni truccate negli Usa, ha maturato il diritto ad ottenere circa 35 milioni di Euro che, secondo fonti attendibili, sarebbero lievitati fino ad oltre 50 sulla base degli accordi intercorsi con il board del colosso dell’Auto.

Tale trattamento è previsto dalle norme interne di per l’interruzione anticipata del mandato. Le stesse regole prevedono che al manager non spetti alcun indennizzo se ritenuto responsabile delle cause della cessazione del mandato. Basterebbe una comparazione con quanto accaduto in America nel 2008 dopo il crac Lehman Brothers per rendere l’idea che i tempi non sono poi del tutto cambiati da allora: Martin Sullivan, definito su alcuni media come il “peggior amministratore delegato di tutti i tempi”, ottenne da AIG 47 milioni di dollari di buonuscita dopo una perdita trimestrale di 20 miliardi ed uno scandalo che avrebbe messo in ginocchio l’intero pianeta, date le dimensioni del business assicurativo e finanziario della compagnia. Casi analoghi vengono riportati sui giornali di tutto il mondo sistematicamente poco dopo l’annuncio di crac epocali. Ogni lettore lo può facilmente verificare con qualche ricerca su internet.

La domanda che si pongono tutti è: “perché le Aziende ed i governi che vengono danneggiati da tali situazioni permettono che questo accada?”. La risposta la sentirete magari pronunciare da qualcuno ma probabilmente non la leggerete facilmente, e non in quanto sia difficile di difficile formulazione ma solo perché abbastanza scomoda.

Bisogna innanzitutto dire che alle Banche europee (e non solo) è richiesto, sulla base di disposizioni di derivazione comunitaria, di dotarsi di politiche di remunerazione e incentivazione in cui inserire, fra l’altro, meccanismi di differimento degli incentivi, clausole di restituzione di quanto erogato nel caso di accertamento di condotte non conformi e pregiudizievoli per l’azienda, limiti ai golden parachutes (liquidazioni d’oro) e via dicendo. Tuttavia spesso questo non basta e le società riescono comunque a ricoprire d’oro i manager “inefficaci” aggirando i limiti previsti. Questo lo fanno non certo in un delirio di masochismo ma a fronte di un mero calcolo di costo-opportunità: queste aziende, quando colpite da scandali finanziari e giudiziari, hanno tutto l’interesse a tenere sotto traccia tutta una serie di informazioni che, una eventuale causa contro con un top manager, farebbe emergere in maniera fragorosa alla ribalta dell’opinione pubblica e della magistratura e potrebbe coinvolgere in maniera più rilevante il resto del top management e del board. In poche parole non sarebbe una strategia utile rischiare di aggravare la dimensione dei fatti e delle condotte già sotto la lente di ingrandimento di stampa e giudici, meglio pagare il capro espiatorio responsabile di ogni male.

Non meno importante è il fatto che la società che dovesse adottare l’esemplare decisione di non elargire un euro al manager messo alla porta per aver causato un dissesto potrebbe non essere in grado, poi, di procacciarsi facilmente dirigenti di “primo livello”. Se è risaputo che in quella specifica azienda l’assunzione spregiudicata di rischi viene in qualche modo punita, invece che essere premiata, i manager saranno portati ad approdare verso lidi più accomodanti in cui, alla fine dei conti, si vince comunque a prescindere dall’effettivo risultato della gestione.