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L’Europa fondata sul lavoro

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Dopo Trump e Brexit, ora tutti gli occhi sono sul referendum costituzionale italiano. Parole del Wall Street Journal, prima pagina, per un articolo nel quale si sottolineano i rischi per gli investitori che si “preparano al tumulto”. Non è il solo il Wall Street Journal: il 20 novembre il Financial Times, attraverso le parole di Wolfang Munchau, ha sostenuto una tesi molto forte, secondo la quale la vittoria del No potrebbe innescare un processo che porterebbe all’uscita dell’Italia dall’Eurozona. Non è un mistero che ci siano tre gruppi politici italiani che predicano l’uscita dell’Italia dell’Euro al grido di “riprendiamoci la sovranità monetaria”. È un tema che tocca nel vivo l’interesse degli italiani, quella che viene comunemente definita la pancia delle persone. Secondo questi due autorevoli giornali non è escluso, insomma, che una vittoria del No, oltre ad innescare una crisi politica potrebbe portare all’ingresso a Palazzo Chigi di un nuovo Premier con un’agenda anti-europea.

Insomma, due tra i più influenti quotidiani economici del mondo, sono preoccupati che questo referendum, apparentemente tecnico, possa indebolire ulteriormente l’Euro. Ci sarebbero valide ragioni per sostenere che questa preoccupazione è fondata: il vento che sta spingendo a destra l’occidente è arrivato anche in Italia e rischia di mandare a gambe all’aria un governo che l’Europa, pur non amando, considera come l’ultima difesa contro i partiti che vorrebbero uscire dall’euro. Come sostiene Giuliano Pisapia, una vittoria del No consegnerebbe all’Europa un’Italia ancora più divisa, meno credibili e ancora più soggetta alle speculazioni della finanza internazionale. Questo vuol dire che tutte le ragioni stanno da una sola parte? Assolutamente no.

La decisione del Governo di non abbattere la fiscalità aziendale, l’incertezza nei confronti della crisi bancaria, la stessa decisione di politicizzare il voto referendario, sono scelte rivedibili. Così come è vero che 47 quesiti sono tanti, soprattutto se messi insieme in un’unica formula, e anche il più estremista di noi, come ben sottolineato da Flavia Gasperetti di Pagina99 in un articolo chiamato “Mi si è rotto l’algoritmo e non so chi votare”, non può accoglierli o detestarli tutti. L’unico criterio unificante per i due schieramenti, sembra essere l’insofferenza: c’è chi vota no per rimarcare il suo essere più a sinistra di Renzi, chi vota sì perché dall’altra parte ci sono Salvini, Grillo e Berlusconi.

La materia su cui siamo chiamati ad esprimerci è troppo arcana e importante, ed è forse per questo che vengono profetizzati scenari post-apocalittici in caso di vittoria del nemico, compreso l’instaurarsi di varie dittature. Ogni minuto si assiste allo spettacolo di un amico che sui social viene fatto a pezzi, persino da persone che nel corso degli anni si erano mostrate come misurate, per aver manifestato la propria volontà di voto in un senso o nell’altro. Cosa resta alla fine? L’interesse singolo o quello comune? Ci sono diversi aspetti per i quali pensiamo che andare avanti sia, nell’interesse collettivo, meglio che restare in una situazione che non giova a nessuno. La costituzione è un appiglio, l’importanza di restare aggrappati all’Europa è fondamentale per garantire un’idea di “lavoro” più moderna, meno provinciale o forse sarebbe più corretto dire “meno regionale”.

Se attualmente i sistemi reinserimento, in caso di perdita del lavoro, sono diversi da regione a regione, con la riforma ci sarà un sistema unico che assiste chi perde il lavoro. Eppure, nonostante l’ingovernabilità di un paese iper-burocratico, c’è a chi piace questa situazione dove ogni attore esercita il proprio potere unicamente per strategia politica, con il risultato che anche le riforme più semplici, volute da tutti, diventano impossibili. Su temi come la sanità, le politiche attive del lavoro, il welfare, le infrastrutture e il turismo la riforma ha come obiettivo quello di eliminare concretamente le differenze regionali, restituendo alle persone il diritto di cittadinanza. Last but not least, la questione della rappresentanza femminile è oggi un tema troppo importante perché sia ignorato. Un crescente consenso tra gli attori internazionali sostiene che un maggior numero di donne elette produce significativi vantaggi economici. 

Prendendo in prestito uno dei temi più cari ai sostenitori del no, ovvero la costituzione, l’articolo più famoso della stessa e cioè il primo “L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro”, ci sia consentita la provocazione di dire che l’Italia, da sola, non può fondarsi su niente, soprattutto se resta in balia delle Regioni, anziché evolvere verso una concezione del lavoro internazionale ed Europacentrica. È in sostanza la migliore riforma referendaria possibile? Probabilmente no, eppure non sembra esserci in giro un’alternativa migliore e più credibile per andare avanti e non restare fermi a curare il nostro orticello.