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Licenziamento illegittimo anche se offendi il superiore

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Una decisione destinata a far discutere per molto tempo. Con sentenza n.2692/2015 la Suprema Corte di Cassazione ha accolto in appello il ricorso di un lavoratore che era stato licenziato per essersi rivolto ad un diretto superiore con voce alterata e con parole offensive e volgari. Il licenziamento è stato ritenuto illegittimo perchè il lavoratore, nonostante la situazione di evidente disagio, aveva continuato a svolgere regolarmente la sua prestazione lavorativa adempiendo a tutti i suoi obblighi contrattuali.

La Cassazione, in pratica, ha tenuto in forte considerazione la difficile condizione psicologica del lavoratore, che aveva agito in quel modo perchè si considerava vittima di un’ingiustizia. Con questa attenuante, l’illecito disciplinare evidentemente commesso dal lavoratore è stato considerato come una lieve insubordinazione, degna quindi di una sanzione ma non del licenziamento.
Nello specifico, secondo i giudici, il datore di lavoro avrebbe potuto ammonire, multare o sospendere il lavoratore ma non interrompere per giusta causa il rapporto lavorativo, in quanto il comportamento del dipendente non aveva arrecato un danno di immagine all’azienda.

Quella della Cassazione è stata, in ogni caso, una decisione in controtendenza rispetto al passato. Fino al 2012, infatti, era stato sempre legittimato il licenziamento dei lavoratori che, anche con documenti scritti o messaggi di posta elettronica, si erano resi protagonisti di espressioni ingiuriose ai danni dei diretti superiori o degli stessi colleghi. L’argomento, da sempre molto discusso, rimane difficile da valutare ed interpretare nonostante il netto pronunciamento di questa sentenza. È sempre complicato, in contesti mutevoli e articolati come quelli aziendali, trovare un equilibrio accettabile tra l’interesse del datore di lavoro e quello del lavoratore. Senza dimenticare che bisogna fare sempre riferimento al C.C.N.L. (Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro) di riferimento e a quanto espressamente previsto a livello legislativo, con l’obiettivo di rispettare al massimo il principio di proporzionalità tra infrazione commessa dal lavoratore e sanzione comminata dal datore di lavoro.