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MES: l’Europarlamento si esprime contro lo Status di Economia di Mercato alla Cina

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Con 546 voti favorevoli, 77 astenuti ed appena 28 contrari il parlamento europeo venerdì scorso si è espresso contro il riconoscimento alla Cina dello status di economia di mercato (MES, Market Economy Status). Nella singolare architettura costituzionale europea questo voto ha solo valore di raccomandazione, la decisione finale spetterà alla Commissione Europea che però non potrà non tenere conto di un parere così netto da parte dell’unico organo democraticamente eletto dell’Unione.

In buona sostanza il mancato riconoscimento alla Cina del MES permetterà all’Europa di continuare ad applicare le cosiddette misure antidumping, ovvero le consistenti tassazioni su alcune merci provenienti dalla Cina senza le quali, grazie alle sovvenzioni mirate del governo cinese (dumping), verrebbero immesse sul mercato europeo ad un prezzo imbattibile.

La concessione dello status di economia di mercato alla Cina renderebbe illegittime queste misure di protezione. Dal 2001, anno di adesione della Cina alla Word Trade Organization (WTO) –cui scopo precipuo è abbattere le tariffe doganali tra gli stati- quella del gigante asiatico è considerata “un’economia in transizione”. Nel protocollo di adesione è previsto un arco di tempo di 15 anni per far compiere alla Cina il passaggio ad un’economia di mercato vera e propria. Ma l’interpretazione di questo punto dell’accordo non è univoca. Alcuni paesi –Cina, ovviamente, ma anche alcuni stati nord europei più legati al mercato finanziario- considerano il passaggio automatico, il cosiddetto “scatto” che scaduti i 15 anni, cioè nel 2016, consentirebbe alla Cina di godere del MES senz’altro aggiungere. Per altri paesi invece, principalmente quelli del sud Europa, più legati all’economia reale (manifatturiera) il passaggio è tutt’altro che automatico e va sottoposto al rispetto dei 5 principi a suo tempo stabiliti dalla Commissione Europea. Tra questi il più rovente è senza dubbio quello che riguarda l’assenza di interventi diretti dello stato sulle imprese, considerati non a torto dalle aziende europee come una forma di concorrenza sleale.

Ma veniamo ai dati. Attualmente le misure antidumping riguardano appena l’1,3% (52 prodotti) delle merci importate dalla Cina ma consentono di proteggere un’enorme fetta di produzione manifatturiera europea. Secondo uno studio della Commissione Europea oltre il 40% delle imprese tutelate dai dazi antidumping sono italiane. Se venissero rimossi su di noi graverebbe il 28% della perdita di posti di lavoro di tutta l’Unione, una cifra di circa 400.000 esuberi. Tra i settori più colpiti, chimica, siderurgia, ceramica, alimentare e moda. I dati Istat inoltre mostrano già un pesante squilibrio della bilancia commerciale a favore di Pechino. Nel 2015 a fronte di un export dell’Italia verso la Cina di 10.422 miliardi, l’import è stato quasi 3 volte maggiore, 28.158 miliardi. Senza le misure antidumping il divario sarebbe insostenibile.

La palla adesso passa alla Commissione Europea che rappresenta l’Europa in seno all’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC, WTO in inglese) e dovrà esprimersi sul riconoscimento del MES alla Repubblica Popolare Cinese. Il punto è che la Cina non è solo un aggressivo esportatore, è anche un partner cruciale che l’Europa non vuole e non può inimicarsi. Forse per questo a inizio anno tra i commissari è emersa l’ipotesi, ancora oggetto di discussioni e dubbi, di concederle lo status ma adottando misure che ne ammorbidiscano in parte l’impatto. Ma questo sarebbe solo un modo per far rientrare dalla finestra ciò che è uscito dalla porta: il mostro della finanza. Indipendentemente dalla direzione e dalle conseguenze sociali, più aumenta il flusso di denaro più aumentano i margini di speculazione. In fondo su questo gioco perverso si fonda il neoliberismo: sottrarre risorse ai molti, all’economia reale, per trasformarle in numeri ad uso e consumo di pochissimi.