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TTIP a rischio. L’area di libero scambio tra Europa e USA potrebbe non vedere la luce

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Con il 40% del PIL e i 30% del commercio globale il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) rappresenterebbe la più grande area di libero scambio al mondo. Il progetto prende piede ufficialmente a Washington nel luglio del 2013 con l’avvio dei negoziati tra UE e USA, lo scopo è quello di permettere alle aziende europee e americane di fare affari liberamente tra le due sponde dell’Atlantico.

Un area di libero scambio è uno spazio sovrannazionale in cui le merci circolano liberamente senza essere sottoposte a tassazioni doganali o a restrizioni regolamentari. E’ dunque necessario che i paesi che aderiscono all’area abbattano reciprocamente le tassazioni sulle merci importate e costruiscano una comune regolamentazione sugli standard di qualità e sicurezza nella produzione delle stesse.

In tal senso i negoziati tra USA e UE vanno avanti da 5 anni tra accelerazioni e battute d’arresto. Le recenti obiezioni sollevate dalla Francia e lo scandalo dei “TTIP leaks”, documenti riservati delle trattative resi pubblici da Greenpeace, probabilmente frustreranno il desiderio di Barack Obama di giungere alla realizzazione del TTIP entro il 2017 prima della fine del suo mandato. Allo stato attuale sono due gli scogli su cui rischia di incagliarsi il progetto: gli appalti pubblici e il settore agroalimentare.

Qualche giorno fa il presidente francese Hollande dichiarava: “Allo stato attuale del confronto, la Francia dice di no all’intesa. Perché non siamo per un sistema di libero scambio senza regole. Non accetteremo mai che vengano messi in discussione i principi essenziali della nostra agricoltura, della nostra cultura. E che non ci sia una totale reciprocità nell’accesso agli appalti pubblici”. Più o meno nelle stesse ore Greenpeace entrava in possesso di numerosi documenti che dimostrano, secondo le parole della stessa associazione: “enormi pressioni da parte degli USA per aggirare le norme europee basate sul Principio di Precauzione, in base al quale prima di immettere un prodotto sul mercato deve esserne provata la sicurezza per la salute umana, ambientale e animale”.

Ai rischi di introduzione di OGM o di carni trattate va aggiunto quello di un drastico sfoltimento delle cosiddette indicazioni geografiche di provenienza: DOC e DOP. Gli Stati Uniti chiedono di ridurre da 1500 a 200 le DOC in Europa al fine di facilitare la penetrazione nel vecchio continente di prodotti analoghi ma prodotti negli USA, lontano dai luoghi di origine, con standard qualitativi e norme igieniche meno stringenti.

Al di là del merito delle questioni c’è un altro aspetto molto controverso del TTIP che riguarda i meccanismi giuridici per la “risoluzione delle controversie tra investitore e stato” (Investor-state dispute settlement, ISDS). Il trattato permetterebbe alle aziende di fare causa ai governi portandoli di fronte a un collegio arbitrale, l’ISDS appunto. In questo modo, sostiene chi critica il TTIP, l’ISDS darebbe alle multinazionali la possibilità di ostacolare qualsiasi legge che va contro i loro interessi. L’esempio più citato è quello della Philip Morris, che ha fatto causa ai governi di Uruguay e Australia. Le vertenze insomma non verrebbero giudicate da tribunali ordinari che ragionano in virtù di tutta la normativa vigente, come è già possibile oggi, ma da un consesso riservato di avvocati commerciali superspecializzati che giudicherebbero solo sulla base del trattato stesso se uno Stato – magari introducendo una regola a salvaguardia del clima, o della salute – sta creando un danno a un’impresa.

Oggi a Roma si tiene una grande manifestazione organizzata dai movimenti STOP-TTIP per denunciare i rischi che quell’intesa contiene per l’ambiente e l’economia europea. Un recente sondaggio della fondazione tedesca Bertelsmann mostra come il consenso sul Ttip è passato dal 55% al 17% in Germania e dal 53% al 15% negli States. Le recenti prese di posizione anti-TTIP della Francia, e di alcuni esponenti del governo tedesco, potrebbero essere legate, in vista delle imminenti elezioni, più alla diffidenza dell’opinione pubblica verso l’accordo che ad una reale avversità ai centri di potere economico-finanziari che spingono per la sua realizzazione.

Certo è che il TTIP una volta raggiunta l’intesa (ma il “se” è d’obbligo) dovrà essere ratificato dai parlamenti nazionali o, in alcuni stati, essere sottoposto a referendum popolare. E la segretezza con la quale si sono svolte le trattative non giova certo alla sua popolarità. Una grande concentrazione economico-commerciale tra USA e UE potrebbe essere funzionale alla competizione per il governo del pianeta che ormai si sviluppa per grandi aree di influenza finanziaria. Tuttavia i reali benefici per la gente comune restano molto dubbi mentre indubbie restano le conseguenze di ulteriore marginalizzazione delle aree più povere del mondo. Probabilmente andrà in scena l’ennesima impari battaglia tra il potere del denaro e il potere delle coscienze, chissà che stavolta non ci aspetti un finale a sorpresa.