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Goal Economy, la finanza trasforma il calcio

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Se volete disquisire di linee di fuorigioco, calciomercato e arbitraggi fate pure. Ma poi leggete questo libro e capirete chi tiene le redini del calcio mondiale“. La premessa sulla quarta di copertina di Goal Economy (Baldini & Castoldi, 19 euro, 566 pagine) potrebbe scoraggiare chi non si occupa di economia, ma la verità è che questo libro è adatto a tutti i lettori e vi appassionerà grazie alla straordinaria attualità degli argomenti, trattati in modo assai competente e comprensibile. L’autore di questa autentica Bibbia dei rapporti tra calcio e finanza è Marco Bellinazzo, giornalista del Sole 24 Ore (il suo blog Calcio & Business è un must per gli appassionati) e opinionista per Radio 24, Sky Sport e Raisport. Lo abbiamo intervistato in esclusiva per Blog di Economia.

Marco, grazie per aver accettato il nostro invito. Fair play finanziario, fondi di investimento, doping amministrativo: Goal Economy sembra scritto appositamente per aiutarci a comprendere il calcio moderno
Lo scenario è sempre più globalizzato, non possiamo prescindere dal ruolo della finanza nelle dinamiche del calcio. Che ormai è un business multimiliardario con intrecci di interessi che abbracciano tutti i continenti. Il discorso è davvero ampio, pensate a realtà in evidente espansione come la MLS, la lega cinese e e quella indiana che hanno risorse economiche e umane tali da far concorrenza ai maggiori campionati europei nel giro di pochissimi anni. L’ipotesi di una Superlega europea mi sembra inevitabile in tal senso.

Sei sorpreso dallo scandalo Fifa che ha scosso i vertici del calcio mondiale?
È stata la scoperta dell’acqua calda, basti pensare all’assegnazione dei Mondiali in Russia e Qatar ma anche ai precedenti in Sudafrica. È emersa solo la punta dell’iceberg, la Fifa rappresenta un modello di governance del calcio antiquato e anacronistico che considera ancora certi campionati extraeuropei come tornei folcloristici. Non si può più prescindere dalle nuove realtà economiche che, giustamente, reclamano spazio anche a livello politico.

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Premesso che i cinesi sono sbarcati nel football italiano già dal 2014 quando il fondo Pingy Shanghai Investment ha acquisito il Pavia, si tratta di un processo ineluttabile che in altre nazioni europee conoscono bene già da anni. Faccio l’esempio di Peter Lim, l’imprenditore di Singapore proprietario del Valencia che si occupa anche di marketing sportivo. La sua Mint Media ha appena acquisito i diritti d’immagine dell’attaccante del Real Madrid, Cristiano Ronaldo.

Il prologo di Goal Economy racconta un aneddoto sull’emiro Al Thani e spiega l’acquisizione del Psg da parte di Qatar Investment Authority. Qual’è il tuo pensiero sui fondi di investimento?
Non ho pregiudizi di tipo manicheo, è inevitabile che i fondi di investimento si interessino al business del calcio in presenza di profitti così elevati. Sono contrario ai divieti assoluti: bisognerebbe preoccuparsi, piuttosto, di scrivere delle regole che garantiscano sempre la trasparenza di qualsiasi operazione finanziaria. Prima di guardare altrove, non dimentichiamo gli esempi del recente passato in Italia, l’attivismo delle banche a cavallo degli anni duemila e il ruolo nevralgico di Capitalia.

Possiamo considerare il fallimento del Parma come una responsabilità del calcio italiano?
I segnali di quanto accaduto a Parma erano evidenti già da tempo. Operazioni poco chiare sui marchi, una gestione discutibile del parco giocatori e la mancata concessione della licenza Uefa dovevano far scattare più di un campanello d’allarme prima che si arrivasse a questo triste epilogo. La Figc ha deciso il blocco dei ripescaggi dalla stagione 2016-2017 ma gli attuali criteri privilegiano la tradizione sportiva e il bacino di utenza, mentre sarebbe stato più opportuno dare maggiore importanza al rispetto dei parametri finanziari.

Perchè in Italia ci sono pochi stadi di proprietà?
Quello della Juventus rimane un caso quasi isolato, manca la lungimiranza a lungo termine. Dopo lo scempio di Italia 90 non abbiamo avuto più grandi eventi, mancano le risorse finanziarie per far decollare i progetti esistenti.

L’Ancona è stata la prima società professionistica italiana a divenire di proprietà dei tifosi. La ritieni una soluzione praticabile anche per altre squadre?
Sicuramente si è trattato di un bel segnale, ma onestamente credo che in Italia il lodevole esperimento dell’azionariato popolare possa trovare applicazione solo in realtà medio-piccole. Non possiamo paragonare questo esempio a quanto accade in Bundesliga, dove le associazioni di tifosi hanno il sostegno imprenditoriale.

In conclusione, che futuro attende il calcio?
Il processo di globalizzazione è già in atto e non potrà essere fermato. Spero solo che la presenza sempre più determinante della finanza nel calcio non influenzi in alcun modo gli aspetti più genuini di questo sport come l’imprevedibilità dei risultati.