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Lavoro agile, ma solo di nome

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lavoro agile

In questi giorni, complice la discussione della Legge di Stabilità, abbiamo sentito parlare (spesso a sproposito) di smart working. Ma di che si tratta? Questa nuova forma di lavoro, più conosciuta come lavoro agile, prova ad inquadrare e a disciplinare tutte quelle forme di impiego che si collocano a metà strada tra il lavoro subordinato ed il telelavoro.

Il lavoro agile è, quindi, una modalità di lavoro innovativa che si basa sulla massima applicazione del concetto di flessibilità, con riferimento particolare agli orari ed alla sede di lavoro grazie alle opportunità offerte dalla nuove tecnologie. Un studio dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano ha stimato che l’adozione di pratiche di smart working in Italia potrebbe significare 27 miliardi in più di produttività e 10 miliardi in meno di costi fissi. Altre ricerche dimostrano che chi lavora fuori dell’azienda è mediamente più produttivo dei dipendenti che sono in ufficio, si assenta meno ed è sicuramente più soddisfatto, riducendo così le possibilità che decida di lasciare l’azienda, costringendo quest’ultima a investire risorse nella formazione di una nuova persona. Al netto di questi aspetti positivi bisogna anche considerare, tuttavia, lo scarso utilizzo del telelavoro (almeno sin qui) da parte delle imprese italiane.

Il Ddl collegato alla Legge di Stabilità ha tentato di regolamentare il lavoro agile, chiarendo che lo smart working consiste in una prestazione di lavoro subordinato che, però, viene svolta parzialmente all’interno dell’azienda e in parte attraverso l’utilizzo di strumenti informatici. Tutto questo, naturalmente, prevede la stipula di un accordo scritto tra lavoratore e datore di lavoro in cui definire le modalità di esecuzione della prestazione, gli strumenti da utilizzare e gli orari da rispettare, il trattamento economico e gli eventuali strumenti di controllo. Insomma, al momento il lavoro agile è ancora una tipologia contrattuale assai difficile da inquadrare, prestandosi ad una duplice interpretazione dal punto di vista normativo. Il legislatore, pertanto, dovrà intervenire in modo più chiaro per evitare che le aziende rinuncino ad utilizzare lo smart working nell’inevitabile incertezza tra lavoro autonomo o subordinato.