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Risparmi: cosa conviene tra reddito fisso o immobili

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In questa serie di articoli analizzeremo come investire i propri risparmi per poter ottenere dei rendimenti idonei alle proprie esigenze. Per iniziare affronteremo il tema del reddito fisso e dell’immobile atto a creare redditività.

Innanzitutto precisiamo che la regola assoluta per avere una crescita dei propri risparmi non esiste, infatti la parola chiave che ci condurrà attraverso questa analisi sarà proprio “esigenze“. Storicamente gli italiani sono un popolo di risparmiatori e proprietari di immobili, l’attuale crisi che attanaglia le famiglie italiane e la situazione attuale dei tassi di interesse ha di sicuro creato un po’ di confusione nelle abitudini che ci accompagnano da tempo.

Come accennato nei precedenti articoli su acquisto prima casa e surroga (clicca sul link per leggere articoli) oggi ci troviamo in una situazione di tassi di interesse ufficiali molto bassi. La conseguenza immediata è una convenienza nella stipula di mutui per acquisto casa e una minor appetibilità del reddito fisso.

L’italiano medio acquistava immobili per viverci o per metterli “a rendita”, quindi ottenere un introito mensile che consentisse al proprio capitale investito (in questo caso in immobili) di fruttare degli interessi. Oggi a contrastare la convenienza nella stipula di un mutuo ipotecario troviamo la tassazione applicata sugli immobili piuttosto elevata e il rischio mercato. Esatto, anche nell’investimento in immobili, come in quello ad esempio azionario, vi è un rischio mercato. Questo rischio è una diretta conseguenza della crisi, infatti sono sempre più i casi in cui gli inquilini non riescono a pagare il canone di locazione, senza arrivare ai casi estremi in cui oltre il mancato pagamento si aggiungono i danni causati alla struttura stessa.

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Scartata eventualmente l’ipotesi di destinare i propri risparmi in una rendita di un immobile arriviamo all’altro pallino storico dei nostri risparmiatori, ossia il reddito fisso. Per intenderci con questa definizione vogliamo considerare tutte quelle obbligazioni che dichiarano una durata fissa e massima dell’investimento e un tasso d’interesse ben preciso che verrà corrisposto agli investitori con una cadenza ugualmente definita a priori. Il classico esempio è il BTP, sottoscrivere un BTP decennale con tasso del 5,5 % significa impegnare i propri risparmi per 10 anni ricevendo una cedola lorda del 5,5 % ogni anno direttamente sul proprio conto corrente con possibilità di disinvestire il proprio capitale in qualsiasi momento al prezzo di mercato dello strumento.

Detto così sembrerebbe un’operazione molto interessante vista anche l’inflazione a livelli bassissimi. Il problema sorge nel momento in cui, uscendo dagli esempi teorici, andiamo ad analizzare quelli che sono i rendimenti ad oggi di questi strumenti, infatti un BTP generico a 10 anni ci darà in media una cedola intorno tra il 2,5% e il 4% lordo con una volatilità abbastanza elevata (per volatilità si intende di quanto può oscillare prima della scadenza in negativo o positivo il prezzo in vendita o acquisto del titolo).

Nei prossimi articoli approfondiremo le differenze tra altri strumenti e quelli trattati oggi, ricordando che il fine non sarà mai quello di dare delle soluzioni ma semplicemente di rendere il risparmiatore cosciente di quelle che possono essere le soluzioni per le proprie esigenze.