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Decreto Salvabanche, il punto

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La notizia da prima pagina di questi giorni è rappresentata dagli impatti che il c.d. “Decreto Salvabanche” ha avuto sui 4 istituti di credito “aiutati” dal Governo. In tempi non sospetti, avevamo già esaminato l’evoluzione della disciplina normativa che stava per abbattersi in Italia (qui) e commentato in “diretta” l’emanazione del discusso decreto (qui) rilasciato una domenica notte in fretta e furia.

Ora che l’opinione pubblica si è scatenata a causa della tragedia che ha visto protagonista un pensionato suicida dopo aver perso tutti i propri risparmi, è stato avviato, come da copione, il tritacarne mediatico che comprende l’ex dipendente della filiale che ha venduto i titoli (già invischiato in un procedimento penale) che accusa i suoi superiori e condanna i metodi di vendita, i tuttologi da talk show, il rilascio di comunicati dalle varie Autorità coinvolte, tutte che assicurano di avere bene operato, le accuse del Governo che sostiene di aver agito secondo il diktat Europeo, la risposta di Bruxelles che replica a muso duro con le parole del Commissario ai Servizi Finanziari Jonatan Hill.

Quest’ultimo, infatti, ha sostenuto che “è il governo italiano a essere alla guida” del processo di salvataggio delle 4 banche italiane “ed ha la responsabilità per questo”, ha detto Hill, sottolineando che l’esecutivo italiano “ha discusso a lungo con la Commissione, in particolare con la Direzione generale concorrenza” che ha “ritenuto che le misure prese erano compatibili con la legislazione Ue” sui salvataggi bancari. “La Commissione non ha avuto obiezioni di principio sull’uso dei soldi provenienti dallo schema di garanzie italiano per i depositi per intervenire nel salvataggio delle 4 bancheha inoltre commentato un portavoce dell’esecutivo Ue rispondendo a una domanda dell’Ansail punto è che interventi simili devono essere o senza aiuti di stato o devono rispettare le regole Ue sugli aiuti di Stato”.

Il Commissario, inoltre, ha aggiunto che le quattro banche interessate dal Decreto Salvabanche, CariChieti, CariFerrara, Cassa Marche e Banca Etruria, “vendevano alla gente prodotti inadatti ai clienti che probabilmente non sapevano cosa stessero comprando” e questo ha avuto “conseguenze personali per alcune persone in Italia”. “Questo – ha aggiunto – apre una questione più ampia di tutela dei consumatori“.

Ci voleva la bastonata europea per trasformare i protagonisti in negativo di questa triste vicenda da scommettitori d’azzardo a semplici consumatori (come avevamo già accennato qui) che affidavano i propri risparmi alle Banche del territorio, fidandosi ciecamente dell’operatore di sportello che proponeva il prodotto, magari anche lui ignaro dei reali rischi che una situazione di dissesto avrebbe comportato per i sottoscrittori.

Tale questione è ora allo “studio” del Governo che, non potendo più scaricare sugli azionisti e obbligazionisti il fallimento delle Banche coinvolte, sta predisponendo un provvedimento “emergenziale” per tentare di salvare i risparmiatori coinvolti. Non entriamo nel merito dell’opporunità politica, visto il coinvolgimento personale di un Ministro della Repubblica; sottolineiamo solo che agire sull’emergenza cambiando ogni volta casacca (prima si possono aggredire i risparmiatori in titoli di “rischio”, poi si devono tutelare ad ogni costo dopo l’emersione di falle nel sistema dei controlli) genera sfiducia nei propri rappresentanti, che sembrano navigare a vista piuttosto che seguire una rotta già decisa e ben ferma.

Ad ogni buon conto, i numeri della vicenda, comunicati dal MEF l’11.12 (qui) e il 14.12 (qui) sono i seguenti: le emissioni di obbligazioni subordinate sono state collocate tra il 2005 e il 2013. Metà di queste prima della crisi Lehman Brother’s che ha cambiato in tutti i risparmiatori la percezione del rischio. Tutte le emissioni delle obbligazioni sono antecedenti all’approvazione della direttiva europea sul bail in. Circa la metà sono state collocate presso investitori istituzionali mentre i clienti privati possessori di obbligazioni subordinate oggetto del Decreto Salvabanche nr. 180 sono stimati in 12.500 per un controvalore di circa 431 milioni di capitale.
Tra questi i clienti delle quattro vecchie banche sono appunto 10.559, poco più dell’1 per cento del complesso dei clienti, che ammontano invece a un milione. Questi ultimi, per effetto del Decreto Salvabanche del 22 novembre con la procedura di risoluzione non hanno perso nulla (perché il bail-in vero e proprio che arriva a coinvolgere anche i grandi depositanti entra in vigore il primo gennaio 2016). I casi piu esposti, invece, sono 1010 (piccoli risparmiatori con meno di 100.000 euro e una concentrazione di bond subordinati superiore alla metà del patrimonio complessivo). Inoltre, precisa ancora il comunicato, per 8.020 clienti la concentrazione del portafoglio in obbligazioni subordinate è inferiore al 30% degli investimenti. Infine, più della metà delle obbligazioni sono detenute da 2450 clienti con patrimoni presso le banche superiori a 250 mila euro. Per questi ultimi, spiega ancora la nota l’investimento medio dei bond subordinati è stato pari a 65 mila euro.

La situazione, al momento, è la seguente. Le nuove Banche, depurate delle sofferenze, stanno cominciando ad erogare nuovi finanziamenti in favore del tessuto economico locale; il Direttore di Banca d’Italia Salvatore Rossi ha tuonato a “In mezz’ora” di Lucia Annunziata (qui l’intervista) che prodotti -come le obbligazioni subordinate- non vengano più venduti allo sportello, il Governo rassicura che chi ha perso i propri soldi sarà tutelato.

La proposta, formulata con emendamenti alla Legge di stabilità, è quella di creare un Fondo di solidarietà da 100 milioni e nominare degli arbitri che analizzeranno caso per caso le istanze presentate dai risparmiatori coinvolti dal crac di Banca popolare dell’Etruria, Banca Marche, CariFe e Carichieti. Il Fondo di solidarietà avrà una dote da 100 milioni alimentato dal Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd), operando nei limiti delle sue disponibilità. Con un successivo decreto saranno definite modalità di accesso al fondo e le quantificazioni delle prestazioni determinate in importi corrispondenti alla perdita subita. Gli arbitri, nominati da Palazzo Chigi, saranno di «comprovata imparzialità, indipendenza, professionalità e onorabilità» e gestiranno caso per caso le singole posizioni degli obbligazioni subordinati che hanno visto andare in fumo i loro risparmi. Resta comunque salvo il diritto al risarcimento del danno. Il fondo è surrogato nel diritto dell’investitore al risarcimento nel limiti dell’ammontare della prestazione corrisposta. Le prestazioni del fondo saranno riservate a persone fisiche, imprenditori individuali, agricoli e ai coltivatori diretti.

L’analisi di questa vicenda, invero, non coglie un punto, passato sotto silenzio e di cui nessuno parla: come hanno fatto le Banche coinvolte a finire in crisi? Di chi sono le sofferenze che hanno determinato la perdita dei risparmi degli obbligazionisti? Qualcuno è stato incolpato per questo? Le operazioni di Murolo su Carife (250 milioni tra sofferenze e incagli) e un milione di buona uscita, Bianconi su Banca Marche, 16,5 milioni di compenso in 8 anni e 4,7 miliardi di crediti a rischio, Faralli e Fornasari su Banca Etruria (prestiti spericolati e 198 fidi per 185 milioni a consiglieri di amministrazione che ne attingono 140 e ne restituiscono solo una cinquantina); i 208 milioni chiesti da Bankitalia – si tratta di una diffida e non di un atto di citazione – a 22 dirigenti e membri del cda di Carichieti che si sono susseguiti dal 2010 fino al settembre 2014, quando l’istituto è stato commissariato. Tra questi, c’è il nome di Francesco Di Tizio, ex direttore generale per 14 anni e buona uscita da 3 milioni. Nella relazione sui 22 si parla di «prolungata e pervasiva mala gestio degli organi sociali». La Magistratura tirerà le somme sulle responsabilità personali (salvo prescrizione); il nostro auspicio, invero, è che accanto agli interventi dell’ultimo minuto si effettuino delle riforme strutturali per risolvere alla radice le problematiche che, in effetti, sono causative delle crisi bancarie.