La crisi Stellantis è una situazione che dura ormai da tempo ed ha avuto con le recenti dimissioni del CEO Carlos Tavares solo l’ultimo degli episodi che certificano le difficoltà di questa multinazionale automobilistica.
Infatti, la crisi degli ordini, gli impianti fermi ed i progetti innovativi bloccati sono il quadro che spiega la mancanza di un piano industriale lungimirante, a scelte sbagliate del management e al mancato intervento della politica e delle istituzioni per porre rimedio a questa situazione.
A peggiore la situazione ci si sono messi anche la crisi del settore automotive in tutto il continente europeo che è iniziata nel 2019 e la necessità di assecondare la necessità della costruzione di veicoli con il Green Deal entro il 2035, assecondando la transizione alla mobilità elettrica senza avere le strutture adatte dal punto di vista tecnologico.
A questo bisogna aggiungere il mancato intervento di John Elkann, con la precedenza a favore delle operazioni finanziarie già da Marchionne piuttosto che sulla promozione di una politica industriale che favorisse una produzione mirata e salvaguardasse i posti di lavoro degli stabilimenti FIAT.
Crisi Stellantis: cosa succede dopo le dimissioni di Tavares
La crisi di Stellantis non è iniziata con l’addio di Tavares e si può spiegare con la crisi dell’automotive che coinvolge tutto il continente europeo. Però, analizzando solo i dati legati al sodalizio Fiat-Stellantis si può vedere:
- un meno 9.4 per cento nelle vendite negli ultimi undici mesi;
- 30mila immatricolazioni in meno solo nel mese di novembre ed in generale scorte di auto invendute;
- taglio del margine dal 10 per cento al 5,5 per cento;
- free cash industriale tra meno 5 e meno 10 miliardi di euro;
- meno 33 per cento sul valore delle azioni.
Anche le scelte di Tavares come quelle relative al trasferimento della sede legale del gruppo in Olanda, lo smantellamento dei centri di ricerca in Italia per portarli in Francia e la volontà di produrre un milione di veicoli ogni anno, realizzandone solo 500mila, oltra allo scontro con la politica italiana per chiedere sussidi nonostante le sue scelte dimostrassero che del nostro Paese gli importasse poco.
Cosa ha detto John Elkann
Le dimissioni del CEO di Stellantis avvenute il primo dicembre 2024, in largo anticipo rispetto al 2026 che era l’anno in cui le rispettive strade si sarebbero dovute separare, sono state giustificate da Elkann e possono essere riassunte in questo modo:
- i risultati ottenuti dalla collaborazione sono stanti importanti;
- la separazione delle strade è dovuta dalla decisione del Consiglio d’Amministrazione avvenuta nei giorni precedenti;
- l’addio del CEO è dovuta a diversi punti di vista;
- la necessità di avere una visione orientata al lungo termine che tenesse conto dalla crisi del settore dei motori che coinvolge molti altri Paesi e europei.
Inoltre, la perdita del vertice di Stellantis porta alla gestione dell’azienda ad un Comitato esecutivo che la traghetterà fino a metà del 2025, quando sarà nominato il nuovo CEO.
Cosa pensano i sindacati FIM e CISL e Confindustria
I sindacati sono preoccupati per il calo della produzione ed il ricorso troppo ingente alla Cassa Integrazione, oltre ad affermare la necessità di avere una guida del gruppo che consenta di avere un vero piano industriale e occupazionale.
Il problema non è legato solamente a Stellantis, ma anche a tutto l’indotto che collabora, come le aziende della logistica e della componentistica, con i quattro stabilimenti italiani, Pomigliano d’Arco, Cassino, Melfi e Mirafiori. In fabbrica o non si lavora o si produce poco e non hanno aiutato le decisioni degli ultimi di delocalizzare dall’Italia la produzione del gruppo. Senza un vero progetto che chiarisce gli investimenti da compiere all’interno di un modello chiaro, la situazione di Stellantis sarà di difficile risoluzione, secondo i sindacati.
Anche Confindustria è dura con l’ex Amministratore Delegato Tavares, si parla anche di una buonuscita di 100 milioni di euro, che contesta al vecchio CEO le decisione di chiedere aiuti in Italia e spenderli all’estero, chiedendo che gli investimenti devono essere fatti in Italia, soprattutto se i fondi provengono dal nostro Paese.
Infatti, la precedente gestione ha portato uno scontro tra economia e politica, tra la necessità di sussidi ed i fondi messi a disposizione dallo Stato. Solo con investimenti nel Paese, all’interno di un piano che permetta di rilanciare l’industria dell’auto in Italia.
Il calo delle vendite e la crisi in Italia e Germania
I problemi di Stellantis rientrano in un quadro che prevede per l’Italia i seguenti numeri:
- perdita del 41 per cento relativamente alle quote di mercato con meno di un terzo delle auto vendute del nostro Paese;
- quasi la metà degli ordini in meno;
- 12mila occupati in meno dal 2021.
Risultati simili sono usciti in Germania con la crisi della Volkswagen, dovuti anche strategie aziendali e governative simili che hanno portato a far diventare in dieci anni la Cina il Paese leader nel settore dell’industria automobilistica e la fusione tra Stellantis, la casa tedesca e Renault può essere uno scenario.
La mancanza di manodopera qualificata
L’ex ministro Bianchi ha parlato dei problemi relativi a Stellantis e ha dichiarato che l’auto non ha bisogno di sussidi ma di manodopera preparata.
Infatti, l’economista spiega che l’economia italiana sta attraversando una fase di cambiamento in cui c’è il tramonto del capitalismo familiare e la crescita delle PMI che devono puntare alla digitalizzazione della manifattura.
Inoltre, secondo Patrizio Bianchi seve differenziare i prodotti per venderli in base alle esigenze territoriali ed agire anche sulla progettazione.
Stellantis deve cercare di riprendere il riferimento con il territorio e la differenza dei vari marchi che fanno parte del gruppo ma che nell’immaginario collettivo sono spariti con la fusione con i francesi.
Il futuro di Stellantis
Il Ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha indetto per il 17 dicembre il tavolo per discutere i progetti industriali e le strategie per il futuro.
Gli scioperi all’esterno dei siti produttivi dimostrano che gli ammortizzatori sociali non bastano e serve riportare la centralità sui lavoratori per rilanciare le vetture del gruppo e l’azienda stessa.
La Premier Giorgia Meloni ha tagliato i fondi sull’automotive per il 2025 e questo cozza con la necessità di portare alla fine dei motori endotermici da produrre proprio il prossimo anno e il rilancio anche tecnologico di cui avrebbe bisogno il settore.
Serve avere un piano nazionale inserito all’interno di una maggiore collaborazione con le altre aziende del settore europee per svoltare i numeri disastrosi degli ultimi anni e riportare l’ex FCA ai fasti di un tempo e ridare centralità ai lavoratori.

